METAPOLITICA

VINTILA HORIA
testimone di verità in tempi di menzogne

Nel dicembre del 1960, Arturo Michelini, allora segretario nazionale del MSI (movimento del quale integravo la direzione nazionale di venticinque componenti), mi inviava in regalo un elegante esemplare rilegato dell’edizione italiana del romanzo Dio é nato in esilio, appena pubblicato per i tipi delle “Edizioni del Borghese”. Venni cosí in contatto per la prima volta con l’opera di Vintila Horia, lo scrittore rumeno anticomunista salito all’onore delle cronache internazionali per la polemica che circondó appunto l’assegnazione del “Premio Goncourt” al libro che mi era stato regalato.
La lettura di quel romanzo affascinó immediatamente - sia per il tema che per lo stile - non solo me, ma anche altri amici di comune sentire, tra cui Gianfranco Legitimo che poi ne scrisse una acuta e partecipata recensione sulla rivista Carattere (ottobre/dicembre 1961) che concludeva con queste parole:
<Naturalmente il libro di Horia non é tale da incontrare i gusti della moda corrente, abituata alle bassezze ed alle volgarità dei letterati di grido. Ma è proprio questo motivo, è proprio la sua ispirazione cristiana ed il suo sapore aristocratico a rendercelo particolarmente caro e a farcelo considerare come uno dei rari documenti letterari contemporanei di sicuro guadagno spirituale>.
Nell’estate del 1962 godevo poi il privilegio di conoscere personalmente lo scrittore romeno, in occasione del “2° Incontro Romano di Cultura” svoltosi nel Teatro dei Servi di Roma, per iniziativa del “Centro di Vita Italiano” presieduto dall’onorevole
Ernesto De Marzio e che aveva in quegli anni
quale segretario esecutivo l’amico Giano Accame.
Incominciò allora una relazione culturale tra Vintila Horia e me che nel corso degli anni si sarebbe approfondita in una sintonìa ideale riscaldata dalla “luce dell’amicizia”, (come lo stesso Vintila amava ripetermi) che sarebbe durata
lungo tutto l’arco di vita concesso al celebre amico.
Vintila Horia (1915-1992) è stato lo scrittore della seconda metà del secolo ventesimo che, sotto la duplice ottica del romanziere e del saggista, meglio ha saputo interpretare la complessa problemática dell’uomo contemporaneo, coinvolto e perfino trascinato dalle convulsioni politiche e dalle inquietudini socioculturali di un’epoca di crisi come la nostra, marcata da una modernità ormai esaurita,
in transito verso una postmodernità tuttora nebulosa ed incerta.
Egli ha saputo infatti indagare con profonda sensibilità poetica ed intensa suggestione estetica la crisi esistenziale del nostro tempo (crisi spesso occultata sotto la maschera dell’ipocrisia politica e culturale); e potè farlo perchè rimase immune dall’atmosfera di crisi essendosi nutrito sempre di principi spiritualmente solidi e di valori culturali forti. Ricercatore lucido, fondò la sue diagnosi su certezze
spirituali acquisite a prezzo di una vita raffinata da dure e
drammatiche esperienze personali vissute dopo una iniziale “primavera aurea”.
Figlio di un ingegnere agronomo romeno di Segarcea, Vintila – dopo essersi laureato in giurisprudenza all’Università di Bucarest – a soli ventiquattro anni iniziava un brillante ciclo diplomatico come “addetto stampa”, assegnato nel 1939 alla Legazione del Regno di Romania in Roma ed in quella di Vienna nel 1941, cogliendo l’occasione propizia per affiancare all’attività diplomatica la frequenza a corsi di Lettere e Filosofia nelle università di Perugia e Vienna (in quest’ultima sede come
borsista della prestigiosa Fondazione Humboldt di Berlino).
Quando nell’agosto del 1944, un colpo di stato rovesciava in Romania il regime pro-Asse del Maresciallo Ion Antonescu per sostituirlo con un governo filosovietico (sull’esempio pernicioso dell’improvviso ed indegno cambio di fronte eseguito dal governo Badoglio in Italia circa un anno prima), Vintila - che si trovava a Vienna con la giovane sposa Olga – veniva rinchiuso con altri colleghi in un campo di concentramento per diplomatici dalle autorità del Terzo Reich, prima a Kummhübel quindi a Maria Pfarr in Austria, dove era liberato da truppe inglesi (maggio 1945) che, chiuso il campo, lo trasferirono con la moglie in Italia, a Bologna.
Qui, egli prese la dolorosa decisione di non rimpatriare in Romania
dove s’era avviato un processo accelerato di comunistizzazione.
Incominciò così il suo calvario d’esiliato, mentre in Romania il nuovo regime politico lo sottoponeva ad un processo che lo condannava in contumacia ai lavori forzati a vita: “a causa di un passato che quasi non aveva posseduto e per colpe che non aveva avuto neppure il tempo di sognare”, come lo stesso Vintila scriverà anni dopo, confessando: “Incomiciò allora il mio vero esilio come un processo di anacoretismo, cioè come un processo di separazione da tutto quello che io ero stato”.
Non è quindi per un mero espediente letterario che il tema dell’esilio costituisca il tema centrale dell’opera letteraria e saggistica di Vintila Hora, a cominciare dal suo primo celebre romanzo Dio è nato in esilio, insignito del prestigioso Premio Goncourt nel 1960; premio rifiutato quindi dignitosamente dal premiato dopo una indegna campagna di denigrazione scatenata contro di lui dall’intellettualità gauchiste in Francia e fuori, in connubio con le autorità comunista romene che accusavano l’anticomunista Vintila Horia di antisemitismo – confondendolo intenzionalmente con un suo cugino – in quanto aderente a suo tempo al movimento politico della Guardia di Ferro fondata da Corneliu Codreanu. Accusa, oltre che falsa, addirittura ingiusta in quanto l’accusato nell’ottobre del 1940 era stato addirittura esonerato dal governo legionario dei “guardisti” romeni dall’incarico di addetto stampa in Roma, venendo poi reintegrato nella carriera diplomatica solo circa l’ anno dopo, nella sede di Vienna, in seguito all’uscita dal governo romeno dei rappresentati della “Guardia di Ferro”.
Le peregrinazioni dell’esiliato alla ricerca di un rifugio sicuro – “apolide” separato da genitori e familiari, spogliato della patria d’origine, dei propi beni materiali e spirituali, espulso dal proprio tempo e dal suo spazio – trasformano il peso dell’esilio geografico in un “esilio interiore” che marca profondamente la sua maturità di essere umano e di scrittore, durante un processo catartico di tre cicli.
Il primo ciclo – quello della incipiente “letteratura felice” – coincide con la sua “primavera aurea” in patria e termina
drammaticamente all’estero nel 1945 con la perdita di tutto.
Segue il ciclo della acclimatazione alla nuova dolorosa condizione di “esiliato apolide” che coincide con il duro soggiorno italiano, segnato da scarse e precarie possibilità d’impiego (1945-48), alleviato dalla frequentazione con Giovanni Papini e con il gruppo dei giovani della rivista L’Ultima diretta da Adolfo Oxilia a Firenze. Risalgono a quell’epoca alcune sue sporadiche collaborazioni, poco remunerate, ad alcune pubblicazioni letterarie italiane come la rivista Il Perseo di Magda Gaggioli, dove firmava con un nome parzialmente italianizzato in Vincenzo Horia, accanto a giovani promesse della migliore cultura toscana ed italiana quali Bruno Nardini e Silvano Giannelli, “giovani poveri e pieni di illusioni e di talento” con cui stringerà legami di solida amicizia.
Vintila ripercorrerá quel periodo nella pagine di appassionata partecipazione del suo Giovanni Papini (libro edito a Parigi nel 1963 e pubblicato in edizione italiana da Giovanni Volpe, in Roma nel 1972), dove l’esule romeno traccia un emotivo profilo del celebre scrittore toscano e svolge una acuta ed originale esegesi della sua opera letteraria. Ricordando la fredda giornata invernale dell’11 gennaio del 1947, quando Papini lo accolse per la prima volta cordialmente nella sua abitazione fiorentina, Vintila confessó poi: “Papini era lo scrittore che rappresentava per me nel fondo più chiaro e più appassionato l’Italia che Dante e Michelangelo mi avevano insegnato ad amare, l’uomo coraggioso e puro, l’autore di tanti libri che popolavano la mia biblioteca di studente, e che, più dell’Università, mi aiutatavano a formarmi, e a vedere chiaro nel mondo”. Sarà Papini a mettere Vintila in rapporto con il gruppo della rivista L’Ultima, i collaboatori della quale “si definivano ottimisti tragici (“ultima” era anche l’anagramma della parola “umiltà”) ed avevano adottato il concetto di metasofia per esprimere la loro tendenza filosofica”, come annota sempre Vintila, nel saggio sul vulcanico letterato toscano.
Nell’ottobre del 1947, Vintila con la moglie Olga lascia Firenze per rifugirsi a Stresa da certi amici “poveri come lui”, dove rimarrà fino al momento di partire per l’Argentina.
Prima di salpare per Buenos Aires, egli visiterà ancora una volta Giovanni Papini che gli consegna una lettera di presentazione per certi suoi amici bonoarensi, i quali aiuteranno il giovane apolide romeno a trovare una occupazione in una università locale. Vintila Horia visse in Argentina con la moglie dal 1949 al 1953, quando potè trasferirsi come borsista dell’Istituto Ispanico a Madrid,
città nella quale finalmente si radicò, dove visse – salvo una parentisi parigina (1960-63) – ottenendo in seguito la cittadinanza spagnola.
In Spagna Vintila incontrò l’approdo lungamente cercato, qui crebbe la sua famiglia costituita dalla moglie Olga e dalle due figlie, Cristina e Dominica; qui egli esercitó la sua attività di scrittore e svolse memorabili cicli accademici di letteratura universale nell’Università Complutense ed in quella antica di Alcalà de Henares, vicino a Madrid. Nella capitale spagnola morì il 4 d’aprile del 1992, per un tumore cerebrale che s’era improvvisamente manifestato solo pochi mesi prima. Fra il rispetto ed il cordoglio degli amici spagnoli e dei connazionali in esilio, fu sepolto nella parte riservata ai romeni cristiano-ortodossi del Cimitero dell’Almudena.
La sua autentica, verace ispirazione letteraria si manifesta nel terzo ciclo, quando affiora in lui l’Odisseo contemporaneo in perenne navigazione verso la Itaca ideale – patria perfetta, circolare, metapolitica – anelo e rifugio estremo di quella razza di esiliati nella quale Vintila Horia si sentiva incluso dalla nascita perchè – come mi scriveva in una lettera inviatami nel 1984, nell’ambito della corrispondenza che periodicamente ci scambiavamo dal 1972 – “Uno ci nasce in questa razza, senza alcuna possibilità di scegliere”. Come successe in altri tempi per Ovidio, Platone, Boezio, il Greco, Rilke, Dante: protagonisti i primi cinque di celebri romanzi di Vintila, mentre il grande esule fiorentino costituì sempre una presenza ispiratrice per lo scrittore romeno-spagnolo (il quale coltivò per anni un progetto narrativo su Dante che malauguratamente non potè portare a termine); presenza fraterna, motivata dai rispettivi destini di esiliati, vittime entrambi dell’odio e dell’intollenza.
Fu questo il ciclo letterario della “conoscenza metafisica”, espressa in libri dove il tema dominante dell’esilio si associa alla dissidenza critica verso il proprio tempo, considerato “un’epoca di inganni che non garantisce nulla e non soddisfa nessuno”, per trattarsi di un tempo che coltiva le menzogne però mascherandole come verità. Ed orme profonde lasciarono i suoi corsi di letteratura svolti in varie epoche nelle università di Buenos Aires, Madrid, Parigi, Santiago del Chile, come memorabili sono rimaste le sue suggestive conferenze pronunciate nell’Europa libera ed in Sudamerica in lingue diverse, a seconda delle circostanza. Dominava infatti alla perfezione oltre al romeno, sua lingua materna, l’italiano ed il francese, l’inglese come il tedesco e lo spagnolo.
Nella sua battaglia culturale, Vintila denunciò costantemente, senza timori o tentennamenti, la crisi agonica dei tempi moderni, oppressi da un processo di entropia sociopolitica que sbocca in un disordine planetario, mentre per altro verso coltivano l’illusione di un ordine mondiale nell’intento di raggiungere un livello di omogeneità che finisce per annullare ogni stimolo attinente ad una evoluzione positiva della società.
Conseguentemente, nei suoi romanzi (come ne Il cavaliere della rassegnazione ed in Perseguid a Boecio) e nei suoi saggi, Vintila Horia ha proposto la ritirata nel bosco interiore dell’anima, rifugio dell’uomo integrale, perseguitato dall’intolleranza dei dogmatismi prodotti dai paganesimi di destra e di sinistra, falsamente contrapposti in un’epoca che s’è distinta come il “regno della quantità”,
secondo la nota definizione di Guénon.
Vintila Horia auspica però, per un futuro non lontano, una sortita dal bosco, verso una prospettiva metapolitica e trascendente della vita umana e cosmica dalla quale ci si possa affacciare, finalmente, sul mistero che avvolge l’uomo ed il suo destino,
la natura e le sue cause, il cosmo e le sue leggi.
Considerando il solo pensiero scientifico insufficiente per avvicinarsi a questo mistero, Vintila Horia ha quindi invocato la collaborazione del sapere filosofico e teologico, come ha splendidamente raccontato nel suo romanzo La settima lettera che narra le inquietudini di Platone e le vicende della sua ricerca politica, filosofica e religiosa nel generoso tentativo di instaurare la sua repubblica ideale a Siracusa tra il 388 ed il 353 a.C. Libro di una straordinaria e permenente attualità, come prova il fatto che una grande impresa editoriale come la bur (Biblioteca Universale Rizzoli) lo abbia rieditato, dopo trentacinque anni e più dalla sua prima traduzione italiana pubblicata dalle benemerite Edizioni del Borghese.
Ciò spiega, a mio avviso, il “platonismo” di noti scienziati del secolo ventesimo, come Heisemberg, Lupasco, Charon; cioè di fisici ed astronomi i quali, come aveva notato Vintila - “avevano incominciato a decifrare nei loro risultati scientifici il volto misterioso di un Creatore” - ribadendo, in tal modo, il carattere ingannevole di tutti i materialismi ( e della loro maschera spiritista o falsamente spiritualista, come – ad esempio – il movimento della New Age).
Pur radicato profondamente nella classica cultura umanista, il pensiero di Vintila Horia si manifesta come un pensiero d’avanguardia che, dopo secoli di separazione e spesso di polemica opposizione tra religione e scienza, coglie nei cambi climatici della cultura del secolo ventesimo il risorgere di una singolare relazione tra esse, dove la scienza - giunta alla soglia dei misteri del macrocosmo e del microcosmo - invoca l’ausilio della teologia, com’è nel caso della attuale scienza gnostica, alla quale Vintila dedicò speciale attenzione in due affascinanti indagini raccolte in Viaggio ai centri della Terra (pubblicato dalle Edizioni Mediterranee in traduzione italiana, nel 1975) e in Encuesta detràs de lo visible
(pubblicato solo in edizione spagnola da Plaza y Janès in Barcellona).
In questa singolarità di Vintila Horia consiste il motivo per cui - come anticipava Isidro Juan Palacios nella presentazione di uno degli ultimi romanzi di Vintila, Las claves del crepùsculo pubblicato postumo nell’edizione spagnola (Madrid, 1996) - si ritorna a rileggere i suoi libri come se si trattase di una stimolante novità,
agli inizi di questo nostro secolo ventunesimo.
La sua sensibilità di poeta metafisico gli permise di cogliere come la “vibrazione del denaro”, estesasi globalmente nei tempi moderni, abbia attutito e talora annullato nell’uomo contemporaneo la consapevolezza del rischio esistenziale, inducendolo a rifugiarsi nella fallace sicurezza prodotta dal totalitarismo della tecnologia che gli provvede tutte le possibili comodità materiali, mentre gli sottrae il senso autentico della morte, cioè la consapevolezza di transitare da uno stato vitale ad uno stato spirituale dove il soggetto umano, liberato del corpo perituro,
raggiunge la pienezza e compiutezza dell’essere.
Forte di questa consapevolezza, Vintila Horia fu un modello di fedeltà a principi trascendenti come rivelazione e tradizione, secondo una visione metapolitica della vita. Seppe sopportare il dolore dell’esilio senza mai perdere la speranza, mantenendo una perfetta coerenza tra il pensare l’agire, dimostrandolo nei fatti, come quando – ai tempi del Premio Goncourt – resistette ai ricatti morali delle autorità comuniste che gli offrivano la cessazione delle ostilità se avesse accettato un seggio nell’Accademia romena delle lettere e delle scienze; o quando – rovesciata la dittatura coniugale di Ceausescu (dicembre 1989) – manteneva la sua opposizione al nuovo governo di Ion Iliescu, considerandolo una forma di
comunismo grossolanamente mascherato da socialdemocrazia.
Convinto che il maggior pericolo della modernità fosse quello di naufragare nella fine entropica del tempo, Vintila Horia sosteneva che spettasse alle persone coscienti di tale realtà l’obbligo morale di preparare l’avvento di un ciclo nuovo: compito che egli assolse in prima persona dedicandosi all’arduo impegno di “conservare certe verità minacciate da un processo di decomposizione e dal rischio di una caduta verticale dei loro princìpi e valori fondamentali”. Non si stancava perciò di ricordare questa considerazione espressa da Frithjof Schuon nell’ultimo scorcio del secolo ventesimo: “Una civiltà è grande nella misura in cui in essa si rivela un gruppo consistente di santi, cioè di rappresentanti o di testimoni dell’Assoluto”.
Il critico spagnolo Aquilino Duque, rilevando in Vintila Horia una constante e fondata opposizione metafisica al nominalismo imperante in tanta parte della cultura contemporanea, lo ha giustamente qualificato come “l’anti-Eco della letteratura”.
Indubbiamente Egli fu uno degli esponenti più convincenti e vigorosi della sapienza olistica vissuta nella luce solare del suo esilio interiore e per la quale – attraverso la permanente validità del suo magistero – tuttora riesce a rivendicare, ad alta voce, il linguaggio artistico del Greco e la invettiva poetica e profetica di Dante.

Primo Siena