METAPOLITICA

       

UN ITINERARIO METAPOLITICO

(Introduzione a “La  spada di Perseo”)

 

 

  Sotto il titolo La spada di Perseo ho raccolto una serie di saggi scritti in periodi diversi lungo un decennio, tutti però cuciti tra loro dal filo aureo della metapolitica: una disciplina metafisica nella quale fui introdotto circa cinquantanni fa quando ebbe inizio il mio primo scambio epistolare con il Prof. Silvano Panunzio (settembre del 1957). Fatto occasionale di quell’evento fu costituito dalla pubblicazione di un saggio di Panunzio intitolato Roma, Pseudo-Roma, Anti-Roma sulla rivista bimestrale  Carattere, di orientamento cattolico tradizionale ed editata da me nella città di Verona dove allora risiedevo.

  Qualche mese dopo, in una memorabile serata dell’estate del 1958, incontrandoci in Roma, sotto lo sguardo severo dell’imperatore Marco Aurelio che dominava la simbolica Piazza del Campidoglio, Silvano Panunzio mi avviava sull’erto sentiero della metapolitica. Incominciava allora la gestazione della mia rinascita spirituale, durante la quale nel roveto rovente delle mie illusioni giovanili si sarebbero bruciate le incrostazioni della cultura illuminista e la ingenua suggestione di potermi ribellare ai feticci di una modernità alimentata dalla nefasta alleanza tra un cristianesimo modernista e l’ideologismo marxista utilizzando solo strumenti politici  svuotati da tempo della essenza classica essenza della politeia.

  Anni prima, scampato prodigisamente alla morte nel  famigerato campo di concentramento di Borovnica (ubicato nella piana di Lubiana, nella Slovenia della Jugoslavia titoista) dove s’era concluso la mia avventura militare nella seconda guerra mondiale - alla quale avevo militato come bersagliere volontario a 16 anni (novembre 1943-aprile 1945) – avevo raggiunto il porto della tradizione spirituale cristiana, grazie anche all’educazione cattolica ricevuta da mia madre. A quell’approdo tradizionale mi avevano portato, poco poco,  gli scritti de Giovanni Papini e Domenico Giuliotti, gli insegnamenti persnali di Guido Manacorda, eminente   germanista cattolico del secolo XXº, il magistero filosofico di Marino Gentile, docente aristotelico-tomista che fu mio maestro nell’antica Università di Padova, la fraterna amicizia con Attilio Mordini (d’età di poco maggiore  della mia e combattente volontario anch’egli), pensatore tradizionalista definito dal cattedratico spagnolo Francisco Elías de Tejada “il ghibellino teocratico” di Firenze.

   Dopo un iniziale interesse per la filosofia dell’idealismo attualista di Giovanni Gentile ed una successiva attrazione per il pensiero antimoderno di Julius Evola, avevo percorso una navigazione piuttosto accidentata per raggiungere finalmente terraferma recuperando il senso religioso della cultura negli spazi fertili del cattoliciesimo romano visto in una prospettiva dantesca, cioé aristocratica e ghibellina.

   Da Silano Panunzio appresi che in tempi sconsacrati come i nostri,  è autentica cavalleria cristiana  quella degli umili “cavalieri erranti” ( nel duplice senso di andare e di errare): simili ai saggi e giusti di Dio, i quali si ritirano di tanto in tanto nella fortezza della Tradizione Interiore per dare quindi la scalata alle vette dello spirito. Compresi quindi che i metapolitici debbono coniugare la storia universale dell’umanità  e la vita multilaterale dell’uomo con la ragione versatile illuminata dai canoni superiori derivati direttamente da Dio, come ci insegna la saggezza di Giambattista Vico racccolta nella  Scienza Nuova. Compresi, di conseguenza, che per i cattolici ghibellini la politica deve essere concepita come l’arte del buon governo, scolpita  figurativamente negli affreschi dipinti da Ambrogio Lorenzetti sulle pareti del Palazzo Comunale di Siena secondo una visione  teocentrica della civiltà, nutrita dalla Giustizia e dalla Concordia: virtù che provvedono altresì alla società umana, con il buon governo,  la felicità nella vita e la serenità nel lavoro.

  Si andò quindi configurando in me una visione critica , in prospettiva metapolitica, dei tempi moderni specialmente  con riguardo alle ideologie  definite, con vigore polemico,  “Le alienazioni del secolo”[1], quali espressioni di una cultura  moderna plagata di ambiguità che mettono in discussione qaulunque principio di trascendenza. 

   In effetti i tempi moderni, adattandosi ad una visione del mondo e della vita,   privata di qualunque valore e principio trascendente, hanno intrappolato l’essere umano in categorie psicologiche, pedagogiche e sociopolitiche estranee alla sua essenza, sicché l’uomo concepito secondo il modello della modernitá esiste solo come individuo e non come persona. Ció spiega perché la  attuale società  massificata sia costituita da individui che hanno come  ambiente naturale  la Physis, mentre secondo la cultura della tradizione sono le persone che costituiscono la “società organica” il cui ambiente è la Polis, il vero centro della vita essendo non la Natura ma la Città denominata dai romani Civitas, vocabolo che , derivato dalla radice semantica del sanscrito Chit, racchiude in sè il significato profondo di “pensiero universale”.

   Favorendo una luciferina ribellione a Dio, i tempi moderni hanno provocato la morte sociale e spirituale dell’uomo riducendolo al somulacro di un nuovo Lazzaro che solo la voce proveniente dall’Adamo Universale potrà restitire ad una nuova vita attraverso il miracolo di una resurrezione metapolitica. Tale resurrezione, movendo dalla restaurazione metafisica della persona che si proietta nella Città naturale aspirando però ad elevarsi alla Città soprannaturale, sigillerà la restaurazione dello Stato nella sua autentica espressione di Civita Humana che al tempo stesso si fa Societas in interiore homine sotto l’usbergo del sacro per assicurare nuovamente coesione (re-ligare, matrice verbale di religione) tra le diverse categorie della comunitàa civica in un nuovo patto sociale.

   Così la poltica, spesso ridotta alla esclusiva ricerca di vataggi naturali o alla ossessione del potere cinicamente perseguito, potrà recuperare la nobiltà del suo valore positivo ed essere restiutita alla sua missione civica pro aris et focis, tracciata giàa nel  nel Somnium Scipionis di Cicerone e nella visione di Dante delineata da Matteo Palmieri ne La  vita civile[2].

   La metapolitica ripone così nel suo giusto luogo il senso religioso della vita da dove la modernità l’aveva arbitrariamente sloggiato.

   E’ quindi con lo sguardo posto nel sovrasenso metapolitico degli avvenimenti che, per mezzo della cultura metarazionale del mito e del simbolo, che presento nelle pagine che seguoino alcuni itinerari dove affiora il sogno di un progetto di civiltà che permetta all’umanità postnoderna del secolo ventuno d’incamminarsi verso la conciliazione personale e l’armonia sociale. Procedere, quindi,  lungo la dantesca dritta via che, nel solco dinamico della tradizione, conduca verso il modello sapiente della Civitas restituita alla sua triplice ed essenziale vocazione: la vocazione civile espressa dall’arte fabbrile degli artisti  e dei produttori; la vocazione politica  espressa nell’arte cavalleresca dei guerrieri e dei condottieri; la vocazione religiosa  espressa dall’arte dei monaci e sacerdoti.

   La politica così concepita potrà proiettare l’arte del Buon Governo della Civitas Hominum negli spazi luminosi della metapolitica ispirata  dai principi e valori trascendenti del Regnum Dei.

 Primo Siena

Santiago del Cile, novembre 2007.



[1]  Le alienzioni del secolo,  fu il titolo del mio primo libro pubblicato a Verona nel 1959 e che, presentato come opera inedita nel 1957, aveva ottenuto un “Premio di cultura cristiana Angelicum 1957, consegnato personalmente dall’allora Arcivescovo di Milano Giavanbattista Montini , futuro Papa Paolo VI.

[2]  Matteo Palmieri fu un politico del Rinascimento nella Firenze governata da Cosimo il Vecchio (1434-1464). Si veda al riguardo: MATTEO PALMIERI, Vita Civile ( a cura di Gino Belloni), Firenze 1982, p. 199-208. (citato da: CLAUDIO FINZI, L’eterno primato della politica in AA.VV., Uomini dell’eternità, Siena, 2001.