SUL CONCETTO DI METAPOLITICA
Nell’Atene del V° secolo a.C., sotto la guida illuminata di Pericle, nacque la prima democrazia partecipativa della storia: intendendo per “democrazia partecipativa” quella in cui tutti i cittadini, indipendentemente dalla nascita e dal censo, partecipano effettivamente al governo dello Stato.
In quel periodo, Socrate insegnava agli Ateniesi come si pensa, e il suo allievo Aristotele definiva la politica come il legame naturale tra cittadini liberi, con il fine di realizzare il bene, come libertà e autosufficienza degli individui.
Lo stesso Aristotele, per converso, creava la parola “metafisica”, per designare ciò che trascende la natura; mentre Platone ammoniva che nessuno Stato può prescindere dall’unità religiosa dei cittadini e dalla guida di “saggi” iniziati.
Dopo la morte di Pericle, la politica “naturale” da lui realizzata e teorizzata da Aristotele dimostrò la sua inadeguatezza: coinvolgendo Atene, guidata dal demagogo Alcibiade, nella guerra del Peloponneso contro Sparta, che segnò la fine della libertà della Grecia. L’uccisione di Socrate fu il simbolo del rifiuto del pensiero, da parte di una siffatta politica, nata “zoppa” per l’impossibilità (nonostante gli ammonimenti platonici) di trascendere la physis.
Da quei lontani eventi, che ancora oggi fondano la nostra concezione della politica (M. Riedel), nasce il concetto di “metapolitica”, in primo luogo come ricerca, teoretica e pratica, del “fondamento non politico della politica” (A. Buela), costituito non solo dalle grandi idee, dai simboli e dai miti che muovono la storia, ma anche inevitabilmente dai giudizi di valore che da una siffatta ricerca scaturiscono.
Illuminanti, in questa prospettiva, sono le osservazioni di Benedetto Croce sul tema “In qual senso la libertà sia un concetto metapolitico” (1938).
I giudizi di valore, che nutrono le Utopie di tutti i tempi traducendosi talvolta in ideologie dirompenti (così il “contropotere culturale” teorizzato da Antonio Gramsci), acquistano ben altre valenze metapolitiche quando si agganciano ai simboli e ai miti che formano, al tempo stesso, il “linguaggio originario” (G. D’Aloe) e il tessuto dell’escatologia delle religioni del Libro.
Così l’Ebraismo sarebbe inconcepibile senza il profetismo e il messianismo, il Cristianesimo e l’Islamismo perderebbero il loro significato senza l’attesa del Giudizio Finale.
Ma questi semplici topòi escatologici hanno determinato sommovimenti storici molto più potenti di tutte le Utopie e le Ideologie: a dimostrazione del fatto che il vero fondamento della politéia è il comune sentire religioso dei cittadini (Platone), non la loro “autosufficienza”.
I conflitti religiosi sono perciò una costante di tutte le guerre: e ancor oggi, a fronte del terrorismo fondamentalista islamico, il Presidente americano tenta di inalberare la bandiera dei crociati.
Se però le guerre di religione sono un effetto indesiderato della metapolitica pratica, l’escatologia ne costituisce il nutrimento teoretico principale.
Perciò, per poter operare sulla politica, la metapolitica non può prescindere dai simboli escatologici del Serpente, del Leone e dell’Aquila, che rappresentano rispettivamente le forze ctonie della criptopolitica, quelle conflittuali della politica e quelle trascendenti sue proprie.
Senza un aggancio trascendente garantito, nelle monarchie tradizionali, dall’identificazione del Re con il Capo e il Garante della continuità religiosa, in epoca moderna della monarchia assoluta di diritto divino la politica si risolverebbe in uno stato di conflittualità permanente, determinato dalla volontà decisionale di un dittatore nell’identificare i “nemici del popolo”, ovvero dell’egoismo di gruppi di imprenditori (le cd. multinazionali) cui interessa sostituire la presunta obiettività dell’economia (che essi stessi dominata) alla soggettività della volontà politica (Carl Schmitt).
La contrapposizione tra la metapolitica e la criptopolitica l’Aquila e il Serpente è la principale caratteristica del pensiero di Silvano Panunzio, l’autore contemporaneo che ha maggiormente approfondito questi concetti.
Egli definisce la metapolitica come sintesi della metafisica (scienza dei principi primi) con la politica (scienza dei mezzi) e con l’escatologia (scienza dei fini ultimi).
Senza tale sintesi, “I due estremi, la Metapolitica pura e la impura Politica, la donna sterile e la donna adultera della Bibbia (…) hanno, oggi qualche somiglianza con il fico evangelico che si seccò”.
Per converso, la criptopolitica comprende, al suo estremo inferiore, la criminalità organizzata; al livello intermedio, i servizi segreti di tutti i Paesi; al livello superiore, le consorterie finanziarie di tutti i generi.
Per indagare sulle applicazioni pratiche di questi concetti alle contingenze politiche contemporanee, lo stesso Silvano Panunzio, con Mario Pucci, Primo Siena, Giovanni D’Aloe, fondarono “Metapolitica Rivista di Studi Universali”, la cui “prima serie” durò ben 15 anni, dal 1976 al 1990 ed ebbe collaboratori illustri, come Giuseppe Palomba, Raimundo Panikkar, Emilio Servadio, Vintila Horia, Emile Folange, lo spagnolo Isidro j. Palacios e i portoghesi Francisco Costa e João B. Chorão, l’austriaco Matthias Vereno, il francese Pierre Pascal e tanti altri.
La seconda serie (1998-2005) reca il sottotitolo “Nuovi Cieli e Nuova Terra”, per un più deciso impulso escatologico in attesa del volgere del millennio.
NOTE SEMANTICHE E BIBLIOGRAFICHE
La parola “Metapolica” fu coniata da August Ludwig von Schlözer, appartenente all’Ordine degli Illuminati di Baviera, nel suo trattato Allgemeines Staatsrecht und Staatsverfassungslehre (Göttingen 1793). La lingua tedesca, per la sua struttura, è adatta alla costruzione di neologismi: nel 1733 Friedrich Lebrecht Goez aveva già inventato il “nichilismo”.
Joseph De Maistre, nel suo saggio sul “Principio Generatore delle Costituzioni (S. Pietroburgo, 1809) espresse la sua approvazione per il vocabolo, destinato ad esprimere “la metafisica della politica”.
Seguirono Carl Wenzeseaus von Rotteck (1830) e Jozef Maria Wronski, misconosciuto genio della matematica, il quale, nella sua opera Metapolityka (Parigi, 1839) caldeggiò una “Metapolitica messianica”, unione finale della filosofia e della religione.
Nel 1930, nelle sue “lezioni di dottrina dello Stato”, Sergio Panunzio, filosofo e giurista, padre di Silvano, riesumò il vocabolo, attribuendogli il significato di senso trascendente della storia.
Seguì Benedetto Croce, col già citato In qual senso la libertà sia un concetto metapolitico (in Pagine Sparse, II, Bari 1953).
Menfred Riedel, nel suo Metaphisik und Metapolitik - Studien in Aristoteles und zur Politischen Sprache der neuzeitlichen philosophie (Frankfurt am Main, 1975), tradotto in italiano sotto il titolo Metafisica e Metapolitica (ed. il Mulino, 1990) negò radicalmente la “dottrina del fondamento”, tentando di dimostrare, secondo i dettami del moderno “strutturalismo”, che il significato dei termini politici (Società Civile, Stato, Polis etc.) può essere compreso solo indagando sulle loro relazioni semantiche: le stesse parole, inventate ed usate da Aristotele, vengono oggi usate dai moderni politologhi in tutt’altro contesto. Ma, come abbiamo visto, proprio Aristotele aveva teorizzato l’autosufficienza dei cittadini come fondamento della politica.
Silvano Panunzio, nella sua opera principale, Metapolitica La Roma eterna e la nuova Gerusalemme (ed. Babuino, Roma 1979) non solo rivaluta la dottrina del “fondamento”, ma la supera, collegando tale dottrina al vincolo trascendente dell’escatologia.
Alain De Benoist, principale storico della Nouvelle droite francese, nel suo Orientations pour des années decisives (Paris, 1982) riparte (pag. 92) da Antonio Gramsci, il quale “ha dimostrato che la conquista del potere politico passa attraverso la conquista del potere culturale”, restringendo la metapolitica su un piano “nel contempo culturale e teorico” e svincolandola del tutto dall’attività politica: cfr. la “donna sterile” cui accennava Silvano Panunzio.
Sulle orme dello stesso Panunzio, Primo Siena, scrittore italiano emigrato in Cile, accentua, in numerosi saggi, l’aspetto tradizionalista della metapolitica, traducendo le “categorie” del Panunzio in “scienza sacra” (la metafisica), “scienza profana” (la politica) e “ars regia et profetica” (l’escatologia). V. per tutti La metapolitica y el destino superior de nuestra América Románica, in Conferencia en III encuentro ibero americano de metapolitica, Viña del Mar, Agosto 1995, 2.
L’opera di Attilio Meliadò La Comunità dell’irreparabile. Saggio di metapolitica del Terzo (ed. F. Angeli, Milano 2001) distingue la politica (come “Comunità dell’Irreparabile”, caratterizzata dall’immanenza e, aristotelicamente, dall’autosufficienza dei singoli) dalla Metapolitica (come “Terzo” unificante, Teologico ed escatologico, invocato mediante la preghiera).
L’argentino Alberto Buela, nella sua opera principale Metapolitica y filosofia, Buenos Ayres 2003, torna alla dottrina del “fondamento non politico della politica”, qualificando la metapolitica come “filosofia e politica al tempo stesso”: filosofia, in quanto comprende le idee e i miti che muovono la storia, politica in quanto getta le basi culturali per soppiantare i governanti, nel senso già sostenuto da Antonio Gramsci.
Infine, va citata l’opera di Carl Schmitt Teologia Politica, nell’edizione argentina (Struhart, Buenos Ayres 1985) citata da Primo Siena; e quella di Giovanni D’Aloe I colori simbolici. Origini di un linguaggio universale (ed. Gabrielli, Verona 2004), che indica nei colori i primi simboli fondanti della struttura sociale (bianco = sacerdozio, rosso = governo, nero = produzione) e, al tempo stesso, della lingua originaria diffusa su tutta la terra.