METAPOLITICA

DAL MITO AL CRISTO

Del Mito e sul Mito si è scritto moltissimo. Già la storia della parola offre un significativo esempio del modo in cui un medesimo concetto può essere valorizzato, svalutato o deviato dal suo significato originario. Non a torto il teologo gesuita tedesco Karl Rahner ebbe a definirlo come “uno dei concetti più oscuri della storia delle religioni”. E oscura, eterogenea, complessa e quindi di difficile discernimento è la materia stessa del Mito. Nel Nocevento il principe di tutti i “mitologi”, l’ungherese K. Kerényi, propose una giusta e opportuna distinzione fra epifanie genuine del Mito con uno sfondo “psichico” e pseudo-epifanie del Mito con uno sfondo strumentale e “ideologico”. Per queste ultime ci si può riferire a titolo di esempio al “mito del sangue” o “della razza” di un Alfred Rosenberg o, prescindendo dalla realtà del fenomeno, al “mito degli Ufo”, o ancora a quello della “teoria darwiniana dell’evoluzione”: miti moderni che traggono la loro forza suggestiva e persuasiva da elementi non razionali ma pure capaci di tradursi in idee e in azione. L’idea del Mito come elemento essenziale nella costruzione del consenso e quindi come strumento di controllo sociale, sembra riemergere in modo inquietante anche ai nostri giorni con il “mito del progresso illimitato” (“le magnifiche sorti e progressive” di leopardiana memoria), o con quello, altrettanto subdolo, della “democrazia”. I “persuasori occulti” sanno molto bene come far funzionare la “macchina mitologica”(1) per governare il mondo e far deviare le coscienze dalla Realtà e dalla Verità.
Circa invece i veri miti, quelli per intenderci delle religioni arcaiche, un punto di riferimento imprescindibile è senza dubbio Platone che sul tema è intervenuto in modo geniale. In Platone, per lo meno a partire dal Gorgia, al Mito vengono attribuite diverse qualità. Innanzitutto, quella di essere una espressione intuitiva che immediatamente coglie ciò che il logos mediatamente non coglie. In questo senso esso è più persuasivo e didatticamente più efficace del discorso. Inoltre, il Mito può anche riferirsi a questioni che non sono suscettibili di una trattazione razionale, come il destino delle anime dopo la morte o l’intervento del divino nella storia, argomenti che stanno oltre i limiti della conoscenza umana. In questo senso il Mito può definirsi come un sapere, come una figura o rappresentazione del trascendente e della trascendenza e quindi come “un simbolo del Vero”. Se Platone aveva ragione, e dopo di lui e con lui i Neoplatonici, da Plotino a Proclo, allora al Mito si può attribuire il crisma della Sapienza e per ciò stesso della Virtù. Se esso è davvero approssimazione analogica al Mistero e alla Verità e attingimento al mundus imaginalis (2), cioè a quell’intermondo che sta “sospeso” tra il sensibile e l’intelligibile, allora anche la religione cristiana deve tenerne conto, come ne tennero conto Clemente e Origene, la Patristica latina con Tertulliano, Arnobio, Lattanzio, Mario Vittorino, S. Ambrogio, S. Agostino e i Neoplatonici cristiani da Boezio in Occidente allo Pseudo-Dionigi, a Massimo il Confessore, a Giovanni Damasceno in Oriente.
Tenerne conto non significa naturalmente fare opera di ri-mitizzazione come fecero, con indubitabile arte, pittori, poeti e pensatori del pre-Rinascimento e del Rinascimento, da Botticelli a Poliziano a Marsilio Ficino; o, ancora, come fece con cosmologica sapienza il “pensiero alchemico” soprattutto medievale (3). Tenerne conto significa semplicemente riconoscere al Mito la qualità di una verità parziale che ha saputo resistere al tempo e arrivare quasi indenne fino ai giorni nostri. Una verità che è sbagliato rappresentare come “contraffazione del diavolo”, “categoria pagana”, “favola” o “gnosi spuria”(4). Non c’è dubbio che la caratteristica principale della letteratura biblica sia quella di derivare da una mentalità refrattaria al Mito (forse fa eccezione il Genesi) e che il Verbo di Dio e la sua Incarnazione non siano certamente dei miti. E tuttavia il Mito, che sul piano contemplativo e teoretico può definirsi come una degenerazione del Simbolo, è e resta espressione di viva spiritualità e di “prassi religiosa” e come tale in esso possono trovarsi semi di verità. Certo, questo non esclude che l’avversario, he-satan, possa inquinare alcune di queste verità a suo vantaggio, come tragicamente sembra accadere fin dalla fondazione del mondo. Ma a nostro avviso queste inversioni sono facilmente riconoscibili soprattutto a ragione del loro carattere parodistico e per la qualità tenebrosa delle figure e dei linguaggi adottati (Diabolus simia Dei). E’ chiaro che il materiale mitico è composito ed eterogeneo e che occorre discernerlo con prudenza separando in esso “il buon grano dall’oglio” (Mt. XIII, 24). Ma basta attenersi all’indicazione paolina che insegna a non rigettare niente e a cavare il meglio da tutte le cose. Il cristianesimo è stato, proprio in questo senso, un sincretismo o se si preferisce un eclettismo che ha saputo con disinvoltura giudaizzarsi, ellenizzarsi, romanizzarsi rimanendo però sempre se stesso. Ecco perché il cristianesimo può accostare il Mito, o le grandi tradizioni religiose dell’umanità, come ha già fatto, è trarne un vantaggio e un bene. Su questa linea pluralistica e neopatristica si colloca l’opera Dal Mito al Cristo. Dimensioni della consapevolezza, dell’austriaco Matthias Vereno (5). La prima edizione di questo importante libro, vide la luce nel 1958 per i tipi della Otto Müller Verlag di Salzburg, e subito ebbe la positiva recensione di due germanisti d’eccezione, lo svizzero Hans Urs von Balthasar (6), uno dei più geniali teologi del Novecento, e il “fiorentino teocratico” Attilio Mordini.
L’edizione italiana che Gabrielli Editore ha pubblicato in una bella veste grafica di quasi 400 pagine, è a cura di Giovanni D’Aloe, pure lui raffinato germanista e profondo conoscitore dell’idioma teutonico. Tuttavia, nonostante la perizia del traduttore, il libro si presenta fin dalle prime pagine come un testo di assai difficile lettura. A voler schematizzare lo potremmo definire “platonico” nello spirito e “aristotelico” nella forma. Il linguaggio adottato dall’Autore è infatti quello della filosofia o, per essere più precisi, quello dei classici del pensiero idealistico. E non a caso il libro ha un rapporto di filiazione diretta con le speculazioni dell’ultimo Schelling e dei pensatori della Romantik. L’impianto gnoseologico è di timbro “cristiano-indù” e lo si capisce fin dal sottotitolo: “Dimensioni della consapevolezza”. Quando Vereno scrisse queste pagine non era ancora stato in India, come gli capiterà di fare in anni più lontani, ma dell’India, della sua millenaria Sapienza e spiritualità aveva già assimilato forme e modi. “Indù”, ad esempio, è la sua straordinaria propensione al comparativismo. Un comparativismo, si badi bene, che non scade mai nel sincretismo religioso, come accade nel “teosofismo” o nello spiritualismo contemporaneo in salsa New Age, ma che è fondato sull’analogia e collocato all’interno di un quadro di riferimento metafisico-simbolico. E’ opinione dell’Autore che il Mito e la tradizione mitica con le sue multivalenze e suoi plurimi e sempre ricchi significati ben si prestino ad introdurre la verità cristiana e il suo mistero. In questo senso il libro vuole essere più una propedeutica che una apologetica del cristianesimo ed è scritto più per i non cristiani che per i cristiani. Lo scopo non è solo quello di far pensare, ma di portare il lettore attraverso una moltitudine di angolazioni prospettiche e di visioni mitiche, simboliche e religiose, a gradi diversi di coscienza e di consapevolezza. Un percorso sempre aperto alla circolarità del pensiero e alle sue possibilità intuitive. In questo modo si supera la mediocre alternativa del credere o del dimostrare tanto cara all’ortodossia neoscolastica e al razionalismo epistemologico che in genere finiscono per sminuire non solo la portata della religione, ma anche quella della vita dell’uomo, al di là delle pur lodevoli intenzioni. Infatti, nel campo delle questioni religiose o dei problemi dell’anima non si può e non si deve essere “esatti”. L’esattezza, osserva Vereno, “è sensata solo nel campo dell’esistenza parziale”. E aggiunge: “Il giusto punto di partenza del pensiero e della conoscenza è soltanto l’anima, esclusivamente l’interiorità”. “Una proposizione è vera in quanto essa sia professione di fede. E solo in quanto essa è professione di fede, cioè autentico legame spirituale della persona, è anche vera”. Ricorrendo più volte al simbolismo universale della Croce, che prima di essere il simbolo della cristianità era presente tanto nelle primitive comunità arboricole che nelle manifestazioni della cultura celtica, nel taoismo cinese e nei riti delle popolazioni preelleniche, Vereno ci mostra, come essa includa tutto e non escluda nulla. Nella Croce infatti, non c’è violenza ma liberazione e in essa ogni cosa è restituita “alla sua propria realtà”.
Come potrebbe un pensiero religioso autentico essere “assertivo”? Come potrebbe un pensiero religioso autentico definirsi pago di sé, compiuto e definito una volta per tutte? Il pensiero religioso è tale solo quando sa continuamente interrogarsi, farsi domanda, ricercare, aprirsi all’illimitato e all’infinito. “Ad un certo punto”, scrive giustamente il nostro Autore, “la coscienza deve passare ad una dimensione più alta, se non vuole naufragare nell’assurdità”.
E nell’assurdità e nell’incredulità può precipitare “la religione entro i limiti della sola ragione” (Kant) o del solo concetto. Per questo il ricorso al Mito e al Simbolo. Ma anche il ricorso alla matematica, alla “scienza dei numeri”, alla “geometria”. Non c’è scienza, non c’è arte, non c’è letteratura, non c’è sapere che non possa servire la santa causa della Realtà e della Verità. Il libro di Vereno è un servizio reso alla causa del cristianesimo e del cattolicesimo, ma che sa fermarsi lì dove il pensiero e le parole non possono accedere. “Di fronte al mistero del Cristo”, egli ci dice, “ogni nostra conoscenza è frantumata. Noi non possiamo tentare di comprenderLo in un ‘sistema’, né lo dobbiamo e vogliamo. E’ la realtà concreta del Cristo che incrocia tutta la nostra sistematica e rivela la non conformità alla realtà di tutti i possibili sistemi chiusi”. E infine sarà proprio la realtà concreta del Signore Gesù a salvare il mondo e a redimerlo liberandolo definitivamente dal Male. E’ qui il passaggio “dal Mito al Cristo” o, per dirla ancora con Vereno, dal “polo cosmologico” al “polo soteriologico”.
Giungiamo all’ultima pagina di questo complesso ma bel libro, con questa sequenza di pensieri concatenati ma liberi e di immagini mitiche, presentimento di verità divine intraviste o udite “nell’interno eloquio”, “rifrazioni della luce nell’anima”, trovandovi ancora un’immagine e ancora una parola che ne rappresentano come la sintesi. L’immagine è quella di una croce, la croce della storia come unità delle tre dimensioni della religione nel loro compimento: Esoterismo, Mistica e Chiesa. La parola è quella soave, alata, “movitrice dell’universo”, che ha la fragranza e l’imperscrutabilità del mistero che tutti attendiamo e aneliamo conoscere e che ci aspetta al termine di questa interminabile notte terrena: Amore.


Aldo La Fata

(1) L’espressione è del torinese Furio Jesi (1940-1980). Studioso di egittologia e successivamente di metodologia della scienza del mito e di germanistica, fu amico e corrispondente di Kerenyi. Sul Mito e del Mito ha scritto in molti dei suoi saggi, tutti invariabilmente di grande interesse e sempre documentatissimi. Tuttavia la prossimità alla scuola di Francoforte e le sue velenose invettive contro il “pensiero tradizionale” e i suoi autori lo resero inviso a molti esponenti di questa corrente. Sulla sua tragica morte in un banale incidente domestico si è molto favoleggiato e a volte a sproposito. E’ un fatto però che l’itinerario culturale e mentale di Jesi fu tutto in discesa: dall’Egitto magico-religioso al “vampirismo”.
(2) L’espressione è del compianto “islamologo” H. Corbin (1903-1978).
(3) Altri validissimi esempi di ri-mitizzazione si trovano nel magistero di un Paracelso e di un Böhme, nelle liriche di un Hölderlin e nelle culminazioni filosofico-metafisico-teologiche di uno Schelling. Per non parlare di un Goethe. E negli ultimi due secoli, anche la cosiddetta “scienza del mito” in fondo ha contribuito a fare opera di ri-mitizzazione: si pensi agli studi di un J. J. Bachofen, di un G. Dumézil, di un W. F. Otto, di un M. Eliade, di un K. Kerényi.
4) E’ il caso del sacerdote argentino Julio Meinvielle (1905-1973) che in Italia ha il suo emulo in Don Ennio Innocenti (1932). A questi due campioni dell’antimodernismo e dell’antiliberalismo, vanno riconosciuti la preparazione, il rigore logico, la coerenza, il coraggio e la fede. E scusate se è poco!
(5) Vereno è stato per molti anni direttore della Rivista Kairos e in relazione amichevole con studiosi di levatura internazionale tra i quali val ricordare Mircea Eliade, Titus Burckhardt, Manfred Keyserling. Egli fu anche collaboratore dell’Ultima e di Metapolitica.
(6) Balthasar consegue il dottorato in germanistica nel 1928 con una dissertazione sul tema Storia del problema escatologico nella letteratura tedesca moderna.